11/09/2024
“Un cambio di prospettiva: da fuori a dentro”
Questi ultimi mesi sono stati davvero forti. E quando dico forti intendo veramente duri. Fare del bene,offrire i propri talenti o anche solo il proprio tempo e le proprie risorse al benessere degli altri credo sia quanto di più bello possa succedere. Anche socialmente, culturalmente, abbiamo una conferma dalla società (per non dire dalla religione) che ci dice quanto quello che facciamo definisca chi siamo e quindi, quanto fare delle cose buone e giuste abbia un valore di per se. In altre parole, rischiamo di definire il nostro percorso di vita in base a quello che facciamo, a come lo facciamo. Aiutare chi è in difficoltà? Punto.
Vero. Vero, ma non basta.
Ciò che spesso sento dire, o spesso ho detto anche io, che in una relazione di aiuto, volontariato, carità ciò che ricevi è tanto se non più di ciò che dai può essere ancora più profondo.Siamo noi il centro di ogni esperienza non gli altri. Anche gli altri, dal loro punto di vista, ma sbaglieremmo a pensare che noi facciamo qualcosa per gli altri. Ogni esperienza che facciamo, anche di aiuto, è pensata per noi, per aiutare noi, per guarire noi, per salvare noi.
Ecco come negli ultimi mesi, le difficoltà relative alla mia vita, in questo meraviglioso percorso a servizio degli altri, hanno rivelato un senso diverso, che cambia tutto: io, Stefano, avevo bisogno di aiuto, avevo bisogno di rompere delle convinzioni, di affrontare dei blocchi, di guardare le mie ferite. Chi avevo davanti a me era solo il modo, il mezzo attraverso il quale la vita doveva guarirmi.
Questa intuizione ha cambiato radicalmente il mio modo di leggere la mia esperienza. Spesso infatti, parlando con le persone, veniva fuori ciò che oggettivamente facevo e faccio: una vita al servizio di chi ha bisogno, un sostegno concreto alle persone più fragili. Ma mai, prima di ora, ho avuto la lucidità o il coraggio di leggerla nel modo opposto: Qualcuno lassù ha usato tanta misericordia con me da farmi vivere ciò di cui avevo bisogno per curare le mie ferite. Nella mia vita, sono io il malato da guarire.
L’abuso. Ecco la mia ferita.
Da piccolo ne ho avuto esperienza e questo ha condizionato tutta la mia vita. Mi sono sempre speso oltremodo per gli altri lasciando che gli altri entrassero più del dovuto, caricandomi di responsabilità non mie e/o compiacendo chi avevo davanti vestendo il tutto come “è carità cristiana donarsi agli altri e rinunciare a ciò che senti”. Quale ancora più forte per non vedere.
La sapienza della vita ha fatto in modo che il mio percorso fosse basato sulla esasperazione di questo. E’ vero, ho fatto tanto del bene, ma è stato un bene parziale, non completo. “Ama il prossimo tuo come te stesso” significa ritornare al centro. C’è chi ha una ferita per cui si è spostato sulla chiusura, sull’egoismo e ha bisogno di lavorare sull’apertura al prossimo e sulla fiducia. C’è chi, come me, ha una ferita per cui gli altri sono più importanti, per cui diventa fondamentale lavorare sull’amore per se stessi, sui confini sani, sul riequilibrare questo rapporto.
Ora vedo con chiarezza che tutte le esperienze vissute fin qui avevano oltre ad una nobiltà evidente un significato più profondo,personale e scomodo aggiungerei: “imparare a mettere dei confini sani e amorevoli per me stesso senza cadere nel senso di colpa per non avere aiutato, salvato, compiaciuto chi ho davanti”.
Quando si è più propensi a smettere di fumare? Dopo un giorno in cui si è fumato talmente tanto che è arrivata la nausea. Ecco, il modello che la vita ha usato con me è stato questo: ha sfruttato la mia ferita per fare del bene con l’obiettivo di arrivare ad un peso tale che portasse fuori la ferita per guardarla e lasciarmi guarire.
Avete idea di quanto questo sia importante per me, per tutti?
Amare chi ti fa del male non è più una regoletta da chiesa, ma la consapevolezza che chi ti fa del male è guidato sapientemente per farti vedere la tua ferita, accogliere, amare, perdonare e lasciarla andare. In una parola, per guarirti.
In questi ultimi mesi ho dovuto guardare in faccia questa verità e prendere le dovute decisioni. Con tutto l’amore (e sofferenza aggiungerei) che ho potuto ho allontanato, ricollocato le persone che erano con me e mi sono aperto ad una fase di integrazione, ad una pausa che servirà per riequilibrarmi e capire come offrire la mia esperienza, questo posto per un nuovo progetto che nascerà.
Sono molto grato per tutto questo a Dio e a tutte le persone che sono state attori importanti in questa lunga fase della mia vita. Persone a cui ho voluto bene e che mi ha aiutato e accompagnato a questo nuovo inizio.
Non so cosa maturerà nei prossimi mesi ma sono convito che la verità rende liberi. E quando si è liberi tutto ciò che doni e ricevi ha un valore immensamente più alto, puro e salvifico, per tutti.
Stefano